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giovedì 14 agosto 2014

Enrico Berlinguer: il comunismo dell'uomo, non l'uomo del comunismo di Antonio Belsito





Il senso più alto dell'istituzione, la ragione democratica di una nazione, la coscienza critica di un uomo, l'onestà intellettuale del politico. 
Enrico Berlinguer era un UOMO di coscienza; la politica non può prescindere dalla coscienza quale consapevolezza dell'onestà e conoscenza degli altri. 

Berlinguer lo aveva capito giovanissimo, allorquando la fame portò i più a "saccheggiare" i forni per nutrirsi con un tozzo di pane ed egli, nell'occasione, fu accusato di istigazione. 

Se una comunità ha fame significa che la politica "non funziona" e che la predetta comunità è dimenticata da chi ha il dovere di "fare politica" per tutti e non per pochi. 

Il pane e' ed era un diritto di tutti e non di alcuni; focalizzare la tutela di diritti comuni solo su alcuni (e non su tutti) significa "estorcerne" qualche voto. 
Il pane dato a pochi non è politica ma è infima azione di politicanti beceri che definiscono il loro serbatoio di voto a discapito dei più, speculando sul bisogno di chi ha diritto al pane: il pane non è un favore del politicante ma un diritto di cittadinanza democratica. 
Enrico Berlinguer era uno strenuo difensore del giusto, del merito, dei diritti e dei doveri tant'è che, accortosi di un "uso improprio" della "cosa pubblica", sollevò - per primo - la questione morale. 
La politica aveva "perso" il fine nobile della cura dell'interesse generale per soddisfare interessi particolari, lobbistici, di pochi o per utilizzare il bisogno dei molti quale tornaconto (proprio come accade oggi!!). 
Questa era la politica che Enrico Berlinguer invitava a uscire dalle istituzioni, a lasciare le istituzioni, per preservare lo spirito democratico della nazione: l'anima del popolo. 

Il popolo, per Enrico, era e doveva essere tutto. 

Il popolo nella sua interezza, senza figli e figliastri, doveva essere (e dovrebbe essere) la ragione della politica perché la politica esisteva (ed esiste) per il popolo. 

Berlinguer anelava alla purezza di governo, quella purezza che è "fare per tutti", essere per tutti, quella purezza che è solidarietà nazionale, solidarietà di comunità, solidarietà tra uomini, perché ognuno e' responsabile di se stesso e del prossimo. 
Ecco perché, Enrico, incontrò un altro UOMO della politica, coscienzioso e responsabile, Aldo Moro. 
Due UOMINI dall'alto valore etico che, pur di colori partitici diversi, si schierarono col popolo perché il popolo non è colore partitico, bensì comunità che necessita di azioni governative favorevoli affinché il benessere sia comune. 

Si gridò, per la prima volta, al compromesso storico. 

Non era un'arma letale ma voleva essere una comunione di istanze di sana politica in favore della nazione: una progettualità di riforme sociali ed economiche avvertite come necessarie e indispensabili dai leader delle più grandi forze politiche nazionali. 

Enrico credeva, fermamente, nelle istituzioni perché queste erano l'avamposto della legalità, della democrazia, tant'è che non gradiva imperativi partitici condizionanti il sano operare dell'istituzione in quanto tale. 

L'istituzione era la difesa più strenua del popolo e non doveva abbandonare il popolo. Difatti, si scostò finanche dalla linea sovietica - abolendo l'obbligatorietà per le giovani leve comuniste di "passare" dalla formazione URSS, criticando le invasioni dell'armata rossa e tanto altro ancora - perché le istituzioni non erano proprietà privata dei partiti, bensì il bene supremo della democrazia che non si deve e non si può identificare in individualità politiche. 

Il politico e' solo uno strumento, un veicolo, per la realizzazione delle istanze del popolo che non significa "a te dono perché mi voti o a te faccio il favore di..." ma significa elaborare una progettualità di sostegno per tutti, mediante competenze e attitudini. 

"Casualmente", questo fare "prodigo" di democrazia e coscienza portò a degli eventi drammatici per Moro (rapito e ucciso dalle brigate rosse) e non meno drammatici per Berlinguer (patì, dapprima, un "incidente-attentato" a Sofia ove fu investito da un camion militare nel periodo della sua linea critica avverso l'URSS e, successivamente, sopraggiunse la "morte" nel corso di un sentito comizio in quel di Padova ove gridava, con intensità e determinazione, al rinnovamento necessario per cambiare e migliorare perché se si sta tra il popolo non si può dimenticare il popolo!). 

Enrico morì tra quel popolo che era sempre stato al centro del suo cuore e per il quale, anche, il cuore aveva ceduto. 

Critico', duramente, le BR e assunse un atteggiamento di ferma condanna perché - uccidendo - si negava la via del dialogo, quel dialogo tanto auspicato da Berlinguer e da Moro, ancor prima che divenisse pretesto di eversione, quel dialogo che, certamente, era mancato ma poteva essere recuperato con un'operazione di conversione democratica. 

Enrico Berlinguer non era l'uomo del comunismo; Enrico Berlinguer era il comunismo dell'uomo cioè quella comunione di emozioni, intenti, parole, pensieri, riflessioni, critiche, necessaria per risollevare le sorti di un'Italia desiderosa di riscatto. 


Enrico Berlinguer era il popolo, era strenuo difensore del popolo, quel popolo - oggi - bistrattato. 

                                              (Copyright 2014)

mercoledì 11 settembre 2013

Hic Est . . di Antonio Belsito


E’ una folata di vento quella che cerchi convinto..

..questo non è il momento.

Ti sfiora, ne senti la carezza

ma è solo semplice ebbrezza.

Non devi cercare nel vento

perché muove solo le acque,

le nuvole e qualche capello.

Non devi cercare nel vento

perché porta via solo delle foglie,

dei cappelli e delle pagine di giornale:

“questa si che è una notizia sensazionale!!”.

Ancora stai cercando nel vento

senza accorgerti del fugace momento..

..è tutto circostanza,

un melodico divenire di contingenza..

..è tutto in quella frazione

che diviene sensazione.

E’ questa l’emozione?

Sento il ruggito del leone,

dicono che stia lì in gabbia

come un solone.

Vedo un asinello trascinarsi,

dicono che accompagni il padrone

che è un ingombrante omone.

Vedo un cervo fuggire

come fosse una gazzella,

dicono sia preda di un cacciatore

che lo rincorre da ore.

E’ una folata di vento quella che cerchi convinto..

..questo non è il momento.

Ti sfiora, ne senti la carezza

ma è solo semplice ebbrezza.

Non devi cercare nel vento

perché muove solo le acque,

le nuvole e qualche capello.

Non devi cercare nel vento

perché porta via solo delle foglie,

dei cappelli e delle pagine di giornale:

“questa si che è una notizia sensazionale!!”.

Ancora stai cercando nel vento

senza accorgerti del fugace momento..

..è tutto circostanza,

un melodico divenire di contingenza..

..è tutto in quella frazione

che diviene sensazione.

E’ questa l’emozione?

Vedo un libro bruciare

perché è necessario per riscaldare

ma vedo anche un libro dorato da incorniciare.

Vedo l’ardore e l’ardire

che rincorrono il sentore e il non sentire.

Vedo una bambola strapazzata

come fosse un’anima dannata

e vedo, anche, la fame condannata

perché è l’affamato che l’ha danneggiata.

Vedo, ancora, una bandiera parcheggiata

nel sottoscala.. dicono vada sfatata.

Sembra ci siano, ancora, dei cervelli..

..dicono: “necessitano di briglie!!”.

 E’ una folata di vento quella che cerchi convinto..

..questo non è il momento.

Ti sfiora, ne senti la carezza

ma è solo semplice ebbrezza.

Non devi cercare nel vento

perché muove solo le acque,

le nuvole e qualche capello.

Non devi cercare nel vento

perché porta via solo delle foglie,

dei cappelli e delle pagine di giornale:

“questa si che è una notizia sensazionale!!”.

Ancora stai cercando nel vento

senza accorgerti del fugace momento..

..è tutto circostanza,

un melodico divenire di contingenza..

..è tutto in quella frazione

che diviene sensazione.

E’ questa l’emozione?

Vedo la retorica

suonata da una stonata fisarmonica

e la dialettica che diviene sempre più sterile

e “asettica”.

Guardo e scorgo una bilancia

che sembra abbia perso la pazienza:

-          Domanda: “peso?”

-          Risposta: “No..è meglio senza!”.

Vedo un esercito schierato,

dicono sia la pace..

..scorgo, anche, una gallina

che dicono vada difesa perchè pesa:

”è la gallina dalle uovo d’oro!!”.


Io mi sento più solo.
 (Copyright2016)

martedì 9 aprile 2013

Licenziato di Antonio Belsito





"Mi giro; ti vedo.
Mi rigiro e ti rivedo.
Ci sei.
Sei lì e io ti guardo.
Forse, è coraggio.
Ma è il tuo sguardo; è quello sguardo che ricordo, quello sguardo che stringo dentro, quello sguardo..

Sono sorda.

Non sento più la tua voce; maledizione!
Tutto in un istante.
Ti sentivo..mi chiamavi..ti dicevo..mi sorridevi.
C’ero..c’eri.

Ora, chino il capo.

Sento solo l’eco dei telegiornali, la bufera della politica, il processo mediatico.
Sento la voce dei nostri piccoli annunciarti mentre giungevi dal lavoro..vedo il loro abbraccio stringente.. accarezzo il loro sorriso.
Eccoti sulla porta..eri arrivato.
Ma i tuoi occhi non sorridevano come al solito; erano opachi, erano bui, erano, forse, spenti.
Ero convinta fosse stanchezza tanta era la tua voglia di vivere.
Ricordo, ancora, quella volta che andammo in montagna; su in cima, abbracciando me e i nostri ragazzi, ci dicesti “guardate dall'alto.. cosa vedete?” e noi rispondemmo “tutto”.
Tu replicasti “ecco, tutto. Si, tutto. Pensate che io vedo tutto di voi, proprio come voi state vedendo questo tutto dalla cima”.
Era un momento di passione familiare; il tuo senso di protezione scorreva sui nostri corpi mentre sentivamo il brivido del tuo abbraccio. C’eri e c’eravamo.

Eravamo un tutt'uno.
Io, tu, Adele e Franco.

Ma in un attimo, quell'uno è divenuto solo..si, uno solo.
Ma in un attimo, quella lettera di licenziamento è divenuta la sola lettera.
Ma in un attimo, un solo attimo, uno solo..

Ora, siamo soli.
Spero, almeno tu, possa guardarci da quella cima.

Noi ci siamo.

Vogliamo essere il tuo tutto."






(Copyright 2013)



martedì 26 marzo 2013

5 MAGLIONI di Antonio Belsito



Leggo la notizia e immagino la storia.
Una sceneggiatura che si dipana tra rabbia e voglia di vivere: “Ruba 5 maglioni per riparare i fratelli dal freddo”.
Verrebbe da pensare a una trama alla Lupin, foriera di destrezza e attitudine al furto, o, ancora, a una scena di Robin Hood pronto a sostenere i poveri, “sottraendo” ai ricchi.
Purtroppo, non è una sceneggiatura: magari lo fosse o lo divenisse.
E' la vera, nonché semplice, storia di una giovane - figlia di una delle tante famiglie bisognose - che, pur di mettere i fratelli al riparo dal freddo, “ruba” 5 maglioni in un negozio di cineseria.
Non ruba 5 maglioni al negozio Armani e tantomeno ruba un abbinamento scarpe, gonna, maglia, cappello, guanti, borsa.
Non ruba dei trucchi.
Ruba 5 maglioni di “scarso” valore venale ma di “necessaria” funzione sociale.
Non ruba sparando o aggredendo ma ruba nel silenzio dell’emarginazione, nell’apnea della disperazione, nella solitudine della denigrazione.
Ruba per un bisogno primario: tutelare la salute dei fratelli.
Ruba, mentre qualche “sciacallo” del nostro tempo litiga sulla governabilità del paese, sulla moralità delle laute indennità politiche, sulla necessità dei benefit.
“Un, due, tre, stella” è un gioco di tempi passati: più si riusciva a rimanere immobili e più si vinceva.
“Un, due, tre, stella”, oggi, non è più quel gioco ma il profitto di un diffuso “fare politica per se stessi”.
Gli attuali partiti, a tutti i livelli di governo territoriale, cercano, spasmodicamente, conferme attraverso “parole” di rinnovamento e di cambiamento.
Ma conferme in chi?
Forse, nella gente che non arriva alla prima settimana del mese?
Forse, nella gente suicida per bisogno, già tumulata?
Forse, nei giovani disoccupati?
Forse, negli anziani sofferenti?
Forse, negli esclusi dalle caste?
Eppure, più esponenti politici “sfrecciano” sui soldi pubblici come fossero eredità familiare ma senza operare, efficacemente, per ridare dignità all’Italia.
Scrivo “sfrecciare” perché l’Italia, oggi, è una palude e se la moltitudine vi sprofonda sempre più è perché  molti esponenti politici non hanno operato, qualitativamente e quantitativamente, in maniera proporzionata alle loro indennità; tali indennità, dovrebbero essere giustificate dal successo dell’azione politica.
Invece, la palude permane, quindi, quella palude è l’inettitudine dei più a governare il paese, a impegnare un seggio parlamentare, ad argomentare per edificare, a fronte di lauti compensi.
E’ l’insuccesso dell’attuale sistema partitico.
Chi paga?
La ragazza che ruba 5 maglioni per evitare la morte da “assideramento” dei fratelli.
L’Italia è uno Stato Sociale (art. 38 Costituzione) che assicura la pari Dignità attraverso l’indissolubile principio di Solidarietà (artt. 2 e 3 Costituzione), garantendo i Livelli Essenziali dei Diritti Civili e Sociali (art. 117 Costituzione), anche per mezzo del Lavoro (art. 1 Costituzione).
L’Italia è una Repubblica Democratica, fondata sul Lavoro, in cui il Popolo è Sovrano (art. 1 Costituzione).
Questa è l’Italia da rappresentare e da governare.
Questa è l’Italia da pretendere.
Questa è l’Italia di Vite che non sono giochi ma esistenze.
Questa è dignitosa responsabilità.

(Copyright 2013)

giovedì 22 novembre 2012

..che bella sarebbe la “nostra” Italia.. di Antonio Belsito



..contestazioni..semplici contestazioni..cioè manifestazioni di pensieri, riflessioni..d’altronde è la nostra Costituzione a suggellare il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero perché in una democrazia – ove il popolo è (o dovrebbe essere) cardine di governo – manifestare liberamente il proprio pensiero significa “dire  e dirsi” cioè instaurare quel contraddittorio tra persone che è civile confronto per “amministrare”, costruttivamente, la “nostra” Italia.

..contestazioni..semplici contestazioni..come espressione di quella libertà di manifestare che è corollario del diritto di essere, di esistere e di autodeterminarsi, rispettando le regole che disciplinano il civile vivere comune.

..contestazioni..semplici contestazioni..come il dovere dei rappresentanti politici di ascoltare un popolo così come un cittadino poichè, nonostante il “porcellum” abbia rimesso ai partiti la scelta degli eleggibili/candidati, un partito è pur sempre una collettività di persone - all'interno della comunità/Stato -  che deve attenersi alle regole "interne" della nazione e solo, subordinatamente, fissare le proprie.

..contestazioni..semplici contestazioni..come la facoltà di quei partiti ed esponenti di “tapparsi le orecchie, chiudersi gli occhi e tapparsi la bocca” al cospetto di una legittima/civile contestazione di un operato "politico" difforme dall’interesse generale, da quell’idem sentire che è un popolo, nonchè una nazione.

..contestazioni..semplici contestazioni..come il potere/potestà di quei “governanti” di ordinare “barricate” ad altri semplici cittadini, costituenti le forze dell’ordine, affinchè quelle grida disperate non giungano “sotto le loro poltrone o i loro divani”.

..contestazioni..semplici contestazioni..come l’astensione di quei “governanti” che - invece di ascoltare gli altri “se stessi” quali cittadini di pari dignità sociale - pensano bene di ignorare il prossimo, frapponendo caschi/manganelli e  rimettendo al “popolo minuto” una soluzione “coattiva” che è il diritto/potere del “governante” di non dover rispondere se non a se stesso.

..contestazioni..semplici contestazioni..se la risposta al disagio popolare diviene una semplice conferenza stampa veicolata dallo schermo come fosse la soluzione contingente per continuare a non sentire.

..sono contestazioni..sono solo semplici contestazioni..se il popolo grida disperato per quel diritto di manifestare liberamente il proprio essere “manganellato” perché non è quel padre di famiglia o quella madre di famiglia che indossa un casco e una divisa, che porta una pistola e delle manette, che impugna uno scudo e un manganello a dover/poter ascoltare un popolo “costituzionalmente e ragionevolmente inferocito" e non è il popolo “costituzionalmente e ragionevolmente inferocito" a poter/voler respingere quei passi incessanti da ordine pubblico, bensì è proprio quel “rappresentante/governante” a dover, semplicemente, ascoltare per meglio rappresentare e tutti insieme costruire (più che ordinare, barricarsi e barricare).

-         PAUSA DI RIFLESSIONE  -


                                                                                       ..che bella sarebbe la nostra Italia.

-          

                                                                                                          -FINE-  

(Copyright 2012)

martedì 2 ottobre 2012

"Libertà di stampa" e/o "diritto di cronaca" in uno stato di diritto? di Antonio Belsito





Un foglio di quotidiano è “portato” lungo un viale dalle folate di vento; “plana”, “decolla”, “rotola” ma non si strappa.
Ancora intatto, viene afferrato -al volo- da un passante come fosse carta straccia da cestinare; l’intento è di natura, prettamente, civile poiché la “carta straccia” non è arredo urbano e tanto meno decoro.
Il passante incuriosito – prima di cestinare – guarda quel foglio, legge, scruta; il suo volto si contrae, avvicina il foglio, maggiormente, agli occhi e continua a leggere interessato.
Conclusa la lettura, lo piega, delicatamente, riponendolo nella tasca della giacca con fare pensieroso: “perché quel foglio di quotidiano è stato lasciato per strada e non cestinato?”.
Eppure, è talmente integro che sembra esser stato custodito fino a qualche minuto prima, tant’è che nel ripiegarlo, il passante, segue le pieghe già presenti.
Giunto a casa, trova riposo sul divano – dinanzi al caminetto “ardente” - il giusto ristoro in un autunno freddo; infila una mano nella tasca della giacca, resa umida dalle poche gocce di pioggia che ne hanno accompagnato il ritorno, ed estrae il foglio di quotidiano.
Lo apre delicatamente e su una facciata campeggia un titolo a caratteri cubitali:

“L’ITALIA E’ UNO STATO DI DIRITTO”.

“Ma quale diritto?” – pensa il passante – “tutto può sembrare un diritto e tutto può esserne il rovescio”.
Continua a leggere, comodo, il contenuto sottostante al titolo che è un continuo elogio alla “perfetta” azione politica, fondamento dello stato di diritto.
D’un tratto, il passante interrompe la lettura, preso d’assalto da una miriade di domande:
- - E’ il diritto all'assistenza sanitaria pubblica che diviene, doverosamente, assistenza privata?
- E’ il diritto al lavoro che diviene, doverosamente, bisogno per reperire consenso elettorale?
- E’ il diritto alla previdenza sociale che diviene, necessariamente, marginale rispetto ai vitalizi parlamentari o di, certuni, consiglieri regionali?
  - E’ il diritto a una fiscalità proporzionata che diviene sempre più gravosa stante i “legittimati” evasori?
< E’ il diritto di depauperare i “deboli” e arricchire i “potenti”?

Il passante, rammaricato dalla lettura di un contenuto difforme dalla realtà – alla luce, soprattutto, dei tanti riscontri vissuti – piega, nuovamente, il foglio di quotidiano e lo lascia cadere dalla finestra come fosse carta straccia.

Uno stato di diritto è uno STATO in cui OGNUNO ha il DIRITTO di SAPERE e il DIRITTO di DIRE affinchè il DIRITTO stesso sia , sempre più, una CONDIZIONE ESISTENZIALE DI GIUSTEZZA e DIGNITOSA SOPRAVVIVENZA e NON una ZONA FRANCA nella quale RENDERE il DIRITTO un BISOGNO.

SI, BISOGNO DI VERITA’;

BISOGNO DI ONESTA’;

BISOGNO, FORSE, DI DIRITTO. 

     













                      (Copyright 2012)