"La parola è la luce che rende la vita del buio: nel buio è difficile vedere e vedersi, nel buio è difficile riconoscere e riconoscersi, nel buio è difficile accorgersi degli altri, di noi, del mondo..eppure ci siamo noi, ci sono gli altri, c’è un mondo..che solo la luce, illuminando, scopre.."
(da "Parole.." di A. Belsito)
"
La trasposizione video del mio "QUANDO" è stato il collante tra il
cuore "buttato" nell'inchiostro e l'occhio che vede/guarda quel
cuore. E' proprio alzando gli occhi che ci si ritrova. Insieme. "(A. Belsito)
Giuseppe Verdi
scriveva le note di un’ITALIA trionfante: un’ITALIA in preda all’orgoglio di
riuscire a essere PATRIA perché i CITTADINI (rectius: gli ITALIANI) c’erano e si facevano sentire.
Erano gli
ITALIANI del Risorgimento, erano gli ITALIANI della Rinascita.
Erano gli
ITALIANI che sapevano guardarsi negli occhi con la benevola rabbia di sentirsi
tutti partecipi di un cambiamento migliorativo.
Erano quegli
ITALIANI che non riuscivano a stare fermi, guardando gli altri operare per la
PATRIA.
Era la PATRIA.
Si, PATRIA.
Era il senso
delle esistenze che contribuivano, ciascuna secondo il proprio specifico apporto,
a sentirsi TUTTI ITALIANI in un’UNICA ITALIA.
Era il senso del
DOVERE e la delicatezza dell’ONORE.
Era un sentirsi
UOMINI e come tali un essere TUTTI PER TUTTI.
Si remava nella
stessa direzione: ci si accaniva a prendere i remi in mano senza risparmiarsi
perché su quella barca si era INSIEME e il mare si affrontava INSIEME.
INSIEME.
“VA PENSIERO..”.
L’energia di
quelle note rendeva la “coraggiosa forza” di essere soggetto, predicato e
complemento: TUTTI SIAMO TUTTO.
Oggi, neanche il
pensiero permane.
E’ un turbinio
d’istintività che alimenta il naufragio: quei remi restano in balia delle onde
senza più una mano a volerne la direzione.
Si abbandonano i
remi per cercare le scialuppe; si sa che abbandonando i remi servono le
scialuppe.
Ma perché
abbandonare i remi?
Perché si è
comandanti di una nave per stemma araldico, per manna dal cielo, per
incoronazione lobbistica, per battesimo ma non per competenza.
E’ bello
fregiarsi dei gradi di comandante in un mare sereno.
E’, altrettanto,
bello sgusciare ostriche col sole in poppa.
Ma il timone (i
remi) ?
Bè…basta avere
garanzia della scialuppa per disinteressarsene.
Il resto non
conta.
Eppure, quel
resto è un POPOLO: sono uomini e donne, bambini e bambine, anziani e anziane,
vecchi e vecchie, animali.
Eppure, quel
POPOLO ha combattuto due guerre, resistito a soprusi, affrontato regimi per essere
UNITA’.
Eppure, se oggi
“qualcuno” bivacca è perché molti di quel POPOLO sono morti per la FIEREZZA di
poter gridare:
ITALIA!
Appartenevano a
quel POPOLO coloro che hanno dato (o donato) una SPINA DORSALE all’ITALIA,
insegnando che anche su una semplice carta si può scrivere il destino di un
POPOLO di PATRIA: la COSTITUZIONE.
Perché la
COSTITUZIONE?
Perché si erano
IMMOLATE VITE per combattere i soprusi: mamme nel nero di un pianto disperato,
mogli con prole come fossero cuccioli abbandonati, sorelle in attesa di ritorni
mai avvenuti.
La COSTITUZIONE
è il suggello di quel SIAMO TUTTI POPOLO che , oggi, viene sbandierato come
DEMOCRAZIA.
TUTTI ERANO
TUTTI. TUTTI.
LAVORO,
UGUAGLIANZA, SOLIDARIETA’, DIGNITA’.
La COSTITUZIONE
è il suggello del “BASTA PIU’ SOPRUSI!!”.
Era quello il
POPOLO che esportava modi di essere e di operare (Know How o made in Italy) in
tutto il mondo: dalla telefonia all’informatica, dall’abbigliamento
all’automobilismo, dalla ristorazione all’artigianato, dalle siderurgia alla metallurgia,
dal’agricoltura al turismo, dall’istruzione all’arte.
Era DEMOCRAZIA.
Oggi i partiti
“inciuciano”, i politici “ciucciano”, le balie spariscono.
C’era un tempo
in cui anche le ideologie in antitesi si ritrovavano per sostenere
l’ITALIA, a prescindere dal colore o dal colorante.
C’era un tempo
in cui gli antagonisti si stringevano le mani per suffragare una RAGIONE: l’INTERESSE
PUBBLICO.
C’era un tempo
in cui, pur di rendere agi i disagi, i RAPPRESENTANTI DEL POPOLO si riunivano
in una locanda perché appartenevano a TUTTI, senza relegarsi nelle stanze del
potere per i pochi.
C’era un tempo
in cui la LEGGE significava CERTEZZA di un RISPETTO CIVILE.
C’era un tempo
in cui la GIUSTIZIA era garanzia di quel RISPETTO CIVILE.
C’era un tempo
in cui l’ESECUTIVO (nella sua accezione di governo in senso ampio, esercitato
attraverso istanze politiche che erano istanze di tutta la GENTE) era lo
specchio del POPOLO.
C’era un tempo.
Oggi, c’è sempre
tempo per calarsi le braghe.
Infatti, gridano
che:
- - la COSTITUZIONE va “rottamata”;
- - la LEGGE va usurpata a tutela dei più forti;
- - il LAVORO (inteso quale occupazione) va
“elemosinato”;
- - le PENSIONI dei più deboli vanno cancellate;
- - i rimborsi elettorali e i vitalizi vanno
incrementati;
- - i DISAGIATI vanno “ghettizzati”;
- - i GIOVANI vanno “comprati”;
- - i LAVORATORI vanno minacciati.
Il POPOLO va
soggiogato col bisogno e non accolto nel DIRITTO.
A Lidia che è portatrice di arte quale moto emotivo per il bene comune, spendendosi -concretamente-per suffragare le giuste cause di umanità.
Lo
spettacolo “Solo Anna” rende fervido il ricordo di Anna Magnani attraverso l’interpretazione
autentica di Lidia Vitale.
L’essere di “Nannarella” trapela sia dalla palese somiglianza fisica sia da quell'espressività emotiva, propria della Vitale/Magnani, che diviene la carezza da inseguire e
da dispensare.
Era la
stessa Anna Magnani che affermava: “Ho
capito che ero nata attrice. Avevo solo deciso di diventarlo nella culla, tra
una lacrima di troppo e una carezza di meno. Per tutta la vita ho urlato con
tutta me stessa per questa lacrima, ho implorato questa carezza”.
La Magnani ha
sempre rincorso quella “carezza di meno” che l’ha resa di più; si, è proprio
nel rincorrere quella carezza che Anna Magnani ha dispensato l’autenticità di un’esistenza
cullata dalla verità di essere, senza mai sentire il bisogno di nascondersi.
Lidia
Vitale interpreta l’essenza vera, reale, di "Nannarella" attraverso le lacrime
contenute dal coraggio di essere, l’energia vocale di dire e la dolcezza
di sussurrare, la voglia di sorridere e l’esigenza di ridere, la
fermezza dei passi e la debolezza di assopirsi, in casa, nei pensieri più
profondi.
L’attrice Vitale
diviene un tutt'uno con Anna tant'è che da interprete diventa identità perché nello
scorrere delle luci di scena e dei pochi oggetti s’intravede la forza
psico-fisico della donna Magnani nella sua espressione “ammaccata” dal coraggio
di essere e di esistere senza mai mollare.
Anna Magnani
ha sempre manifestato ciò che era tant'è che non si nascose neanche quando
decise di girare “Vulcano” sull'isola di fronte a quella in cui la sua più
grande carezza sentimentale, Rossellini, girava “Stromboli” con la nuova compagna
Ingrid Bergman; lei, “Nannarella”, si
premurò di non allontanarsi dal suo cuore, nonostante lo strazio.
Lo strazio
che diviene dolcezza e la dolcezza che diviene strazio s’intravede,
agevolmente, nell'agere della Vitale
che, impegnando lo spazio con autorevolezza scenica, rende anche il senso
fisico delle ambientazioni afferenti al testo recitato.
E’ un
intrecciarsi di momenti salienti, di dinamiche quotidiane più o meno
conosciute, di personaggi, suffragati talvolta da proiezioni a muro e talvolta
dalla sola capacità evocativa/interpretativa di Lidia Vitale che riesce a rendere
concreta l’interazione/partecipazione anche con ciò che non si vede.
Lo spazio
di azione della Vitale è a ridosso degli spettatori che ne divengono parte
integrante: diventa un “tête-à-tête” con la tenacia, la vigoria, la
determinazione e la semplicità della Magnani.
Proprio la
tenacia e la determinazione portarono “Nannarella” a riconoscere l’unico
figlio, Luca, come Luca Magnani, stante il disinteresse del compagno a
sostenerla in uno dei più bei viaggi della sua vita.
Proprio la
semplicità di Anna si palesò in uno dei momenti più importanti della sua
carriera: l’Oscar come miglior attrice protagonista per l’interpretazione di
Serafina nel film “La rosa tatuata” di D. Mann (fu la prima interprete italiana
nella storia dell’Academy Awards a vincerlo)fu ritirato da Marisa Pavan e non
dalla stessa premiata.
La Magnani aveva
voglia di vivere la vita "così come si presenta", senza necessità di mentire o di
apparire.
Anna Magnani
era figlia di quel neorealismo che rappresentava situazioni reali del nostra
paese - dagli agi ai disagi - e lei ne divenne rappresentazione senza mai
risparmiarsi(anzi, esortava le
coscienze civili attraverso la sua arte, coccolando quel popolo che le apparteneva). Neanche
Lidia Vitale si risparmia, bensì richiama l’attenzione sulla responsabilità
civile, su quella coscienza di essere individui ma anche comunità attraverso i tono incisivi della Magnani.
Lo spettacolo diviene un crescendo di vita sino alla fine.
Infatti, Lidia Vitale - proprio nel finale - esprime la voglia di vivere della Magnani che, consapevole della grave patologia da cui è affetta, abbraccia il suo
dolore, fiera e orgogliosa di essere e di esistere; la fierezza e l’orgoglio
trapelano dagli occhi lucidi della Vitale che si stringe nella sofferenza fisica di "Nannarella", prima che si spengano le luci.
E’ un riviverne
l’esistenza.
Si, il
coraggio di essere Anna Magnani.
Grazie
Lidia.
(Copyright 2013 - Nelle foto di Walter Fratto l'attrice Lidia Vitale)
Ad Anna Magnani, nei quaranta anni dalla sua scomparsa, perchè "Nannarella" era figlia di quel neorealismo che rappresentava situazioni reali del nostra paese - dagli agi ai disagi - e lei ne divenne rappresentazione senza mai risparmiarsi, anzi esortando le coscienze civili attraverso la sua arte e coccolando quel popolo che le apparteneva.
“Ho capito che ero nata attrice. Avevo solo
deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza di
meno. Per tutta la vita ho urlato con tutta me stessa per questa lacrima, ho
implorato questa carezza” .
Una
carezza, una semplice carezza. E’ nella semplicità di essere che i grandi cuori
omaggiano con i palpiti, rendendo il senso della vita.
Anna
Magnani, “Nannarella”, ha sempre
rincorso quella "carezza di meno" che l’ha resa di più; si, è proprio nel rincorrere
quella carezza che la Magnani ha dispensato l’autenticità di un’esistenza
cullata dalla verità di essere, senza mai sentire il bisogno di nascondersi.
Non si
nascose neanche quando decise di girare “Vulcano” sull’isola di fronte a quella
in cui la sua più grande carezza sentimentale, Rossellini, girava “Stromboli”
con la nuova compagna Ingrid Bergman; lei, “Nannarella”,
si premurò di non allontanarsi dal suo cuore, nonostante lo strazio.
Gli strazi
hanno intensificato l’emotività di un’attrice che sin da piccola aveva
conosciuto la lontananza di una mamma, l’assenza di un padre e la vicinanza di
una nonna; proprio l’emotività intensa divenne nella Magnani quel
bisogno/desiderio di esprimerne i contenuti - dapprima - attraverso il pianoforte
e - successivamente - attraverso la recitazione.
“Nannarella” era una’attrice,
spiccatamente, drammatica perché sul suo viso rinveniva quell'espressione “ammaccata”
dal coraggio di essere e di esistere senza mai mollare, come quando nel
film “Roma Città Aperta” di Rossellini inseguiva, strenuamente e senza timore alcuno, un camion nazista
che portava via il marito, esponendosi ai mitra che ne decisero la morte.
Anna
Magnani assurse nella forza e nella robustezza del suo essere donna anche
quando riconobbe l’unico figlio, Luca, come Luca Magnani, stante il
disinteresse del compagno a sostenerla in uno dei più bei viaggi della sua
vita.
La solitudine
non ne ha mai minato il desiderio di una carezza che è la voglia di vivere la
vita così come si presenta, senza necessità di mentire o di apparire.
Infatti,
non apparve neanche quando, nel 1956, vinse il premio Oscar come miglior
attrice protagonista per l’interpretazione di Serafina nel film “La rosa
tatuata” di D. Mann (fu la prima interprete italiana nella storia dell’Academy
Awards a vincerlo): il premio fu ritirato da Marisa Pavan.
Continuò a
non apparire, anche, nel film “Roma” di Federico Fellini (sequenza
del film notturna e sua ultima apparizione): la Magnani si vede di spalle e,
mentre si avvia verso il portone del suo palazzo, si sente la voce di Fellini:
"Anna Magnani è un'attrice romana, simbolo stesso di Roma, vista come lupa
e vestale, aristocratica e stracciona, tetra, buffonesca, potrei continuare
all'infinito" e “Nannarella”, girandosi con un lieve sorriso, risponde:
"Federì, vattene a dormire". E’ nell’insistenza dello stesso Fellini "Ti
posso fare una domanda?" che Anna afferma "No, non mi fido.
Buonanotte" e si chiude la porta alle spalle.
Anna
Magnani ha dispensato la carezza più bella della vita attraverso i suoi occhi,
la sua voce, il suo dire, il suo muoversi, il suo ESSERE.
Anna
Magnani, nonostante siano passati quaranta anni dalla sua scomparsa, è
stata , è e sarà sempre perché - nel rincorrere una carezza - ha abbracciato il
dono più grande della vita: l’amore.
"Nannarella" era figlia di quel neorealismo che rappresentava situazioni reali del nostro paese - dagli agi ai disagi - e lei ne divenne rappresentazione senza mai
risparmiarsi (anzi, esortava le coscienze civili attraverso la sua arte, coccolando quel popolo che le apparteneva).
Scrisse Indro
Montanelli : "Io la
ringrazio soprattutto di esistere. Nessuna creatura mi ha mai dato tanto, e
così generosamente, quando dà. Per fortuna non se ne accorge e non esige
impossibili restituzioni".
Seguì
Ungaretti: "Ti ho sentito gridare
Francesco dietro un camion e non ti ho più dimenticato".
Non mancò Federico
Fellini : "Anna
Magnani ha incarnato la figura femminile che ha dato agli italiani un motivo
d'orgoglio".
Non
dimenticò Tennessee Williams: "ma Anna è diversa da tutte. È una creatura incredibile, metà femmina e
metà maschio. La sua anima è un tutt'uno con il suo utero, materno e possessivo
alla stessa stregua. Una volta che ti ha generato è pronta a fagocitarti. Di
virile ha la cocciutaggine e la permalosità"
La
riconobbe anche la stampa Americana, a pochi giorni dal suo arrivo nel nuovo
continente: "In confronto a lei le
nostre attrici sono manichini di cera paragonate ad un essere umano".
Il Time
suffragò: "Divina, semplicemente
divina".
Ricordò Jean Renoir:
"La Magnani è la quinta essenza
dell'Italia, ed anche la personificazione più completa del teatro.. le sono
grato per aver simboleggiato nel mio film tutte le altre attrici del mondo".
Ne rese l’identità
in versi Eduardo de Filippo:
"Confusi con la pioggia sul
selciato, sono caduti gli occhi che vedevano gli occhi di Nannarella che
seguivano le camminate lente sfiduciate ogni passo perduto della povera gente.
Tutti i selciati di Roma hanno strillato. Le pietre del mondo li hanno uditi".