sabato 23 agosto 2014

Lasciati scovare dalla vita di Antonio Belsito


Guarda in alto e non lasciarti mai cadere.

Plana.

Cerca nell'intensità del cielo azzurro, corri tra le nuvole, accarezza il sole.

Attendi la luna per raccontare il sogno e le stelle per accendere il desiderio.

Pretendi la fantasia e non lasciarla.

Insegui l'anima senza farti accorgere, gioca a nascondino e lasciati scovare dalla vita.
(Copyright 2014)
da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/racconti/mini-racconti/racconto-227370-1>

giovedì 14 agosto 2014

Enrico Berlinguer: il comunismo dell'uomo, non l'uomo del comunismo di Antonio Belsito





Il senso più alto dell'istituzione, la ragione democratica di una nazione, la coscienza critica di un uomo, l'onestà intellettuale del politico. 
Enrico Berlinguer era un UOMO di coscienza; la politica non può prescindere dalla coscienza quale consapevolezza dell'onestà e conoscenza degli altri. 

Berlinguer lo aveva capito giovanissimo, allorquando la fame portò i più a "saccheggiare" i forni per nutrirsi con un tozzo di pane ed egli, nell'occasione, fu accusato di istigazione. 

Se una comunità ha fame significa che la politica "non funziona" e che la predetta comunità è dimenticata da chi ha il dovere di "fare politica" per tutti e non per pochi. 

Il pane e' ed era un diritto di tutti e non di alcuni; focalizzare la tutela di diritti comuni solo su alcuni (e non su tutti) significa "estorcerne" qualche voto. 
Il pane dato a pochi non è politica ma è infima azione di politicanti beceri che definiscono il loro serbatoio di voto a discapito dei più, speculando sul bisogno di chi ha diritto al pane: il pane non è un favore del politicante ma un diritto di cittadinanza democratica. 
Enrico Berlinguer era uno strenuo difensore del giusto, del merito, dei diritti e dei doveri tant'è che, accortosi di un "uso improprio" della "cosa pubblica", sollevò - per primo - la questione morale. 
La politica aveva "perso" il fine nobile della cura dell'interesse generale per soddisfare interessi particolari, lobbistici, di pochi o per utilizzare il bisogno dei molti quale tornaconto (proprio come accade oggi!!). 
Questa era la politica che Enrico Berlinguer invitava a uscire dalle istituzioni, a lasciare le istituzioni, per preservare lo spirito democratico della nazione: l'anima del popolo. 

Il popolo, per Enrico, era e doveva essere tutto. 

Il popolo nella sua interezza, senza figli e figliastri, doveva essere (e dovrebbe essere) la ragione della politica perché la politica esisteva (ed esiste) per il popolo. 

Berlinguer anelava alla purezza di governo, quella purezza che è "fare per tutti", essere per tutti, quella purezza che è solidarietà nazionale, solidarietà di comunità, solidarietà tra uomini, perché ognuno e' responsabile di se stesso e del prossimo. 
Ecco perché, Enrico, incontrò un altro UOMO della politica, coscienzioso e responsabile, Aldo Moro. 
Due UOMINI dall'alto valore etico che, pur di colori partitici diversi, si schierarono col popolo perché il popolo non è colore partitico, bensì comunità che necessita di azioni governative favorevoli affinché il benessere sia comune. 

Si gridò, per la prima volta, al compromesso storico. 

Non era un'arma letale ma voleva essere una comunione di istanze di sana politica in favore della nazione: una progettualità di riforme sociali ed economiche avvertite come necessarie e indispensabili dai leader delle più grandi forze politiche nazionali. 

Enrico credeva, fermamente, nelle istituzioni perché queste erano l'avamposto della legalità, della democrazia, tant'è che non gradiva imperativi partitici condizionanti il sano operare dell'istituzione in quanto tale. 

L'istituzione era la difesa più strenua del popolo e non doveva abbandonare il popolo. Difatti, si scostò finanche dalla linea sovietica - abolendo l'obbligatorietà per le giovani leve comuniste di "passare" dalla formazione URSS, criticando le invasioni dell'armata rossa e tanto altro ancora - perché le istituzioni non erano proprietà privata dei partiti, bensì il bene supremo della democrazia che non si deve e non si può identificare in individualità politiche. 

Il politico e' solo uno strumento, un veicolo, per la realizzazione delle istanze del popolo che non significa "a te dono perché mi voti o a te faccio il favore di..." ma significa elaborare una progettualità di sostegno per tutti, mediante competenze e attitudini. 

"Casualmente", questo fare "prodigo" di democrazia e coscienza portò a degli eventi drammatici per Moro (rapito e ucciso dalle brigate rosse) e non meno drammatici per Berlinguer (patì, dapprima, un "incidente-attentato" a Sofia ove fu investito da un camion militare nel periodo della sua linea critica avverso l'URSS e, successivamente, sopraggiunse la "morte" nel corso di un sentito comizio in quel di Padova ove gridava, con intensità e determinazione, al rinnovamento necessario per cambiare e migliorare perché se si sta tra il popolo non si può dimenticare il popolo!). 

Enrico morì tra quel popolo che era sempre stato al centro del suo cuore e per il quale, anche, il cuore aveva ceduto. 

Critico', duramente, le BR e assunse un atteggiamento di ferma condanna perché - uccidendo - si negava la via del dialogo, quel dialogo tanto auspicato da Berlinguer e da Moro, ancor prima che divenisse pretesto di eversione, quel dialogo che, certamente, era mancato ma poteva essere recuperato con un'operazione di conversione democratica. 

Enrico Berlinguer non era l'uomo del comunismo; Enrico Berlinguer era il comunismo dell'uomo cioè quella comunione di emozioni, intenti, parole, pensieri, riflessioni, critiche, necessaria per risollevare le sorti di un'Italia desiderosa di riscatto. 


Enrico Berlinguer era il popolo, era strenuo difensore del popolo, quel popolo - oggi - bistrattato. 

                                              (Copyright 2014)

martedì 22 luglio 2014

Lacrime di Antonio Belsito

Tutto comincia così.

Un urlo strenuo e un vagito rauco.
Un pianto, anzi, due pianti.
Poi, piangono tutti i presenti.
Una pancia, ancora ovale, e uno “scricciolo” sopra che affonda nella morbidezza materna.
Lacrime d’emozione anche per gli estranei.
Poi, ti ritrovi a piangere perché, mentre cammini a gattoni, vorresti alzarti, inerpicarti lungo una sedia, ma cadi.
Ancora cadi.
Piangi quando i tuoi ti dicono “chiudi gli occhi” – e tu non capisci – “apri gli occhi” e ti ritrovi davanti al primo giocattolo.
Diventa il primo amico, compagno di giochi.
Piangi quando rimani dai nonni o con la babysitter perché i genitori mancano e, allora, si cerca la loro presenza in quel giocattolo.
Là, ci sono i loro sguardi.

Piangi.

Piangi quando tornano, mentre corri “senza freno” verso la porta perché ne hai sentito, a malapena, le voci.
Non capisci perché ti ritrovi in una stanza con tanti altri bambini come te, seduti, mentre vesti un grembiule che ti costringe.

Piangi.

Senti urlare, per la prima volta, i tuoi e quelle urla non ti sanno come i sorrisi che hai conosciuto nel ricevere il giocattolo e piangi.
Poi, i tuoi cercano di spiegarti o di spiegarsi oppure non spiegano proprio e giunge una strana sensazione di stretta al cuore. 

Si piange.

Arrivano i libri, i compiti, si susseguono diari e penne, note e annotazioni.
Si “stecca” a qualche interrogazione, si litiga col compagno di banco, si corre verso casa perché a scuola ci si è sentiti un po’ soli.

Pianti.

Sono sguardi che inseguono rossori o rossori che colorano sguardi: “è quella della III E…mi piace da morire!!” – esclami nel seguirla senza farti accorgere.
A un tratto, lei si gira, tu ti mummifichi, lei si avvicina, tu cerchi di allontanarti ed è un bacio.
Non riesci neanche a guardarla negli occhi e corri fuori dalla scuola per allontanarti il più possibile.
Il cuore non vuole fermarsi, mentre pensi quanto sarà difficile - l’indomani - ritrovarne lo sguardo.
Comunque, cerchi il suo bacio, scorrendo con la mano sulla tua guancia e ti emozioni. 

Lacrime.

Lacrime, anche, quando un giorno di pioggia – uscendo da scuola – il papà del tuo compagno di banco ti dice “se fossi arrivato prima, ti avrei accompagnato a casa, ora sono pieno!” e tu – boccheggiando nella pioggia copiosa – cammini a testa bassa lungo il marciapiede, rasentando i muri.
Piangi perché vorresti raggiungere i tuoi amici al mare o vorresti che venissero loro a casa.
Sono foto, scritte alla lavagna, baci e abbracci: si è maturandi e si ha paura della felicità di diplomarsi.

Sono lacrime congiunte.

Ti fermi, apri la finestra, e il tuo sguardo si perde nel cielo azzurro.
Torni, stai per chiudere la finestra, e il tuo sguardo si perde tra stelle sorridenti.
Ti butti sul letto e sono occhi lucidi.

Piangi e quelle lacrime ti riempiono.


(Copyright 2014)

mercoledì 16 luglio 2014

Lasciami stare ancora un pò... di Antonio Belsito



Lasciami stare ancora un po'
in questo letto stropicciato
di carezze,
in questo letto profumato
di sguardi,
in questo letto permeato
di noi.

Lasciami sentire ancora un po'.

E' dolce schiudersi di mattine
al desiderio delle sere
e si torna 
come fosse estate 
nell'intensità delle mareggiate
e sorprende l'autunno 
di foglie lievi 
come cascate 
e svanisce la paura dell'inverno.

E' di nuovo primavera.

(Copyright 2014)

venerdì 4 luglio 2014

"Sventrati" di Antonio Belsito






 A tutti i popoli sofferenti e soggiogati (menzionati alcuni solo per brevità).


Una strada di nero catrame o, forse, sterrata dalla guerra. 
Un cielo azzurro o, forse, grigio di fumo d'armi. 
Un semaforo, a penzoloni, che segna il verde e il rosso; l'arancione e' un foro di bazooka. 
Un negozio all'angolo che sa di fame. 
Un gatto grigio arruffato e un cane secco. 
Una pietra che si ferma ai piedi di un bambino. 
Due occhi abituati all'angoscia delle "imboscate", così come al lancio di un missile o di una granata. 
Due braccia esili e due gambe deboli. 
Ai piedi un pezzo di suola colorata. 

L'abitudine non è più preoccupazione ma, semplice e forzata, convivenza. 

E' un bambino che percorre la solita strada per raggiungere casa dei nonni o, forse, ritrovarsi con gli amici. 
Si china per prendere la pietra e riporla in tasca; mentre alza gli occhi, anzi gli occhioni, esplodono colpi di mortaio a raffica. 

Sventrato. 

Forse, restano solo le pupille che riflettono il cielo. 

Quel bambino palestinese o israeliano, senegalese o cubano, russo o ucraino, libanese o afgano, venezuelano o siriano, turco o coreano, aveva già percorso quella strada e aveva più volte raccolto quella pietra per portarla a casa e restituirla alla terra attraverso un fosso. 
Sapeva che le pietre appartengono alla terra e non agli uomini ma sapeva pure che quelle pietre avevano sfregiato altri bambini mentre uscivano da scuola o passeggiavano per strada. 

Ecco, perché aveva deciso di seppellire ogni pietra.



(Copyright 2014)

lunedì 23 giugno 2014







Guarda in alto e non lasciarti mai cadere.

Plana.

Cerca nell'intensità del cielo azzurro, corri tra le nuvole, accarezza il sole.

Attendi la luna per raccontare il sogno e le stelle per accendere il desiderio.

Pretendi la fantasia e non lasciarla.

Insegui l'anima senza farti accorgere, gioca a nascondino e lasciati scovare dalla vita.

(Antonio Belsito)
copyright 2014

sabato 7 giugno 2014



Non spendere parola perché parola non si spende innanzi alla soavità.
Si accarezza con gli occhi.
E' affanno.
Corre il fremito e manca l'ossigeno.
Brivido.
Si affonda con la stessa delicatezza di una foglia che cade.
Ritmo.
L'esistenza è incessante.
E' la vita che stringe.
Magone.
Si ricomincia.
Non si vuole finire.
Sorprendersi per continuare a esistere.
EsserCI.
TesserCI.
(Antonio Belsito)

(Copyright 2014)