sabato 4 maggio 2013

Un Petalo... di Antonio Belsito




Un petalo vola come le ali di una farfalla,
portato dal vento delle sensazioni,
accarezzato dalla luce delle emozioni,
riscaldato dal calore dell’umanità.

Un petalo non è il fiore bensì rende il fiore..

Un petalo è una carezza,
un abbraccio,
una parola.

Un petalo è un semplice soffio,
un sospiro,
uno sguardo.

Un petalo è gusto,
tatto,
udito.

Un petalo è ciò che è stato,
ciò che è
e ciò che sarà.

Un petalo sono io,
sei tu,
siamo noi.

Un petalo è libertà,
rispetto,
coraggio.

Un petalo è coscienza,
diligenza,
conoscenza.

Un petalo
è l’aridità che diviene fertilità,
è la rabbia che diviene dolcezza,
è l’odio che diviene amore.

Un petalo è, semplicemente, un petalo…
…ma può divenire un fiore.




(Copyright 2013)

mercoledì 1 maggio 2013

PRIMO MAGGIO di Antonio Belsito




E, ora, sono qui a cercare nella polvere un tozzo di pane.
Lo cerco e m’impegno perché mi piace sudare ciò che sogno.
Tra i rovi scorgo un bicchiere d’acqua; ho sete, tanta sete.
Allungo il braccio perché voglio bere: ho la bocca prosciugata dalla polvere, quella polvere che respiro, quotidianamente, per cercare un pezzo di pane.
Sento le spine conficcarsi nelle mie carni, nel mio braccio, ma la necessità di bere è più forte della paura di soffrire.

Il dolore della sopravvivenza anestetizza.

Stringo tra le mani un libro sporco di sangue, prezioso ricordo delle scuole elementari; nonostante sia consumato dal sudore, il titolo appare chiaro.
Questo libro ha attraversato mani e periodi / adagiato su banchi e cattedre / riposto in cartelle e librerie. / Questo libro ha riempito biblioteche e fondazioni:

“EDUCAZIONE CIVICA”

(Copyright 2013)

domenica 28 aprile 2013

“Hanno sparato..o abbiamo sparato?” di Antonio Belsito



“ Hanno sparato, hanno sparato ! ” .
Urla, grida, corse, passi.
Due carabinieri a terra.
Colpi di pistola sparati contro due cuori.
Si, indossano una divisa; rappresentano lo Stato.
Forse, hanno sparato allo Stato (o meglio, abbiamo sparato) ma sono stati feriti due cuori.

Ma perché hanno (abbiamo) sparato?

Si susseguono dichiarazioni sintomatiche:  è un serial killer, è un pazzo, è un esaurito, è l’esito dell’effetto di psicofarmaci.
Come sempre, ogni fenomeno critico diventa contingente, transeunte, proprio del momento.
Come sempre, solo parole d’impulso e di circostanza.

Intanto, una scia di sangue tragico sta colorando la nostra Italia: suicidi e omicidi seguono un andamento iperbolico, divenendo assidui, frequenti, quasi normali.
Quasi sempre, la "mano armata" è mossa dalla disperazione, dal disagio sociale, dalla sofferenza di un’esistenza sempre meno dignitosa.

E’ inutile trovare alibi, cercare sotterfugi, mettere a tacere.
Si uccide e ci si continua a suicidare.

L’Italia è sempre stata una nazione felice (o quasi) ove uccidere o uccidersi non è mai stata una tradizione ma, quasi sempre, una criticità singolare.
Ora, cercare la morte nella nostra nazione sta divenendo un rifugio, quasi una necessità.

Chi spara?

Spara il popolo. Spariamo noi.

La polvere da sparo è ognuno di noi perché in uno Stato di sofferenza è facile esplodere, troppo facile.
Spara lo studente esasperato dal baronato accademico, spara l’impiegato denigrato dal datore di lavoro, spara l’avvocato costretto dal corporativismo professionale, spara il medico offeso dall’assenza dei presidi necessari, spara il pensionato derubato dei sacrifici di una vita, spara la mamma abbandonata a se stessa, spara il giovane disoccupato, spara il padre licenziato, spara il magistrato disonorato ecc.

Spara il Popolo.
Spara il Popolo, si.
Spara il Popolo.

L’Italia è una Repubblica democratica ove la sovranità popolare dovrebbe essere già governo: ciò significa che un Popolo si governa.

Ma come può un Popolo che si governa uccidersi o suicidarsi?

Un Popolo che si governa è un Popolo che sceglie liberamente e se sceglie liberamente significa che è un Popolo contento e se è un Popolo contento significa che non ha motivo per cercare la morte perché è un Popolo che sceglie le misure essenziali affinché ognuno possa vivere dignitosamente.
Questo è il Popolo che si sceglie e si governa.

(Copyright 2013)

domenica 21 aprile 2013

Forse, è meglio pensare.. di Antonio Belsito





"Si dice e ci si contraddice. 

Si parla e si sparla. 

Si giudica e si considera. 

Forse, si pensa. 

Se si pensasse di più , magari, ci 

s'ingarbuglierebbe di meno e si direbbe 

meglio. 

E' nel pensare..lo "sforzo" che e' anima . 

Pensare non e' lanciare un sasso ma osservare 

quel sasso per conoscere e, forse, capire . 

        Un sasso e' tale nella sostanza.              

Eppure, quel sasso può divenire un pensare per 

dire..per parlare e per considerare.

Però..e' un sasso..

..si, e' un sasso..

..ma si può - sempre - ragionare. 

No?"


(Copyright 2013 - foto dell'autore)

martedì 9 aprile 2013

Licenziato di Antonio Belsito





"Mi giro; ti vedo.
Mi rigiro e ti rivedo.
Ci sei.
Sei lì e io ti guardo.
Forse, è coraggio.
Ma è il tuo sguardo; è quello sguardo che ricordo, quello sguardo che stringo dentro, quello sguardo..

Sono sorda.

Non sento più la tua voce; maledizione!
Tutto in un istante.
Ti sentivo..mi chiamavi..ti dicevo..mi sorridevi.
C’ero..c’eri.

Ora, chino il capo.

Sento solo l’eco dei telegiornali, la bufera della politica, il processo mediatico.
Sento la voce dei nostri piccoli annunciarti mentre giungevi dal lavoro..vedo il loro abbraccio stringente.. accarezzo il loro sorriso.
Eccoti sulla porta..eri arrivato.
Ma i tuoi occhi non sorridevano come al solito; erano opachi, erano bui, erano, forse, spenti.
Ero convinta fosse stanchezza tanta era la tua voglia di vivere.
Ricordo, ancora, quella volta che andammo in montagna; su in cima, abbracciando me e i nostri ragazzi, ci dicesti “guardate dall'alto.. cosa vedete?” e noi rispondemmo “tutto”.
Tu replicasti “ecco, tutto. Si, tutto. Pensate che io vedo tutto di voi, proprio come voi state vedendo questo tutto dalla cima”.
Era un momento di passione familiare; il tuo senso di protezione scorreva sui nostri corpi mentre sentivamo il brivido del tuo abbraccio. C’eri e c’eravamo.

Eravamo un tutt'uno.
Io, tu, Adele e Franco.

Ma in un attimo, quell'uno è divenuto solo..si, uno solo.
Ma in un attimo, quella lettera di licenziamento è divenuta la sola lettera.
Ma in un attimo, un solo attimo, uno solo..

Ora, siamo soli.
Spero, almeno tu, possa guardarci da quella cima.

Noi ci siamo.

Vogliamo essere il tuo tutto."






(Copyright 2013)



venerdì 29 marzo 2013

Il coraggio e la ragione di Antonio Belsito



"Una via - profumata di fiori e farfalle - costeggiava il dirupo; era una di quelle viuzze strette strette che, giusto con un piede avanti e l'altro indietro, poteva esser percorsa. 
La parete che costeggiava la viuzza era tutta di pietra; era un costone della montagna che sovrastava.
Siccome con un piede avanti e l'altro indietro, in quella stretta via, non era facile trovare l'equilibrio, una mano stava poggiata sul costone di roccia e l'altra pendeva, quasi, nel vuoto.
Da una parte sentivo la robustezza della fermezza, dall'altra non mi sentivo perché era il vuoto..chiamatela pure leggerezza.
Intanto, gocce di sudore segnavano i miei passi: forse era paura, forse era ragione.
Ma...
..neanche un passo in più che la vidi.
Fu sorriso."


(Foto: http://instagram.com/antoniobelsito - Copyright 2013)

martedì 26 marzo 2013

5 MAGLIONI di Antonio Belsito



Leggo la notizia e immagino la storia.
Una sceneggiatura che si dipana tra rabbia e voglia di vivere: “Ruba 5 maglioni per riparare i fratelli dal freddo”.
Verrebbe da pensare a una trama alla Lupin, foriera di destrezza e attitudine al furto, o, ancora, a una scena di Robin Hood pronto a sostenere i poveri, “sottraendo” ai ricchi.
Purtroppo, non è una sceneggiatura: magari lo fosse o lo divenisse.
E' la vera, nonché semplice, storia di una giovane - figlia di una delle tante famiglie bisognose - che, pur di mettere i fratelli al riparo dal freddo, “ruba” 5 maglioni in un negozio di cineseria.
Non ruba 5 maglioni al negozio Armani e tantomeno ruba un abbinamento scarpe, gonna, maglia, cappello, guanti, borsa.
Non ruba dei trucchi.
Ruba 5 maglioni di “scarso” valore venale ma di “necessaria” funzione sociale.
Non ruba sparando o aggredendo ma ruba nel silenzio dell’emarginazione, nell’apnea della disperazione, nella solitudine della denigrazione.
Ruba per un bisogno primario: tutelare la salute dei fratelli.
Ruba, mentre qualche “sciacallo” del nostro tempo litiga sulla governabilità del paese, sulla moralità delle laute indennità politiche, sulla necessità dei benefit.
“Un, due, tre, stella” è un gioco di tempi passati: più si riusciva a rimanere immobili e più si vinceva.
“Un, due, tre, stella”, oggi, non è più quel gioco ma il profitto di un diffuso “fare politica per se stessi”.
Gli attuali partiti, a tutti i livelli di governo territoriale, cercano, spasmodicamente, conferme attraverso “parole” di rinnovamento e di cambiamento.
Ma conferme in chi?
Forse, nella gente che non arriva alla prima settimana del mese?
Forse, nella gente suicida per bisogno, già tumulata?
Forse, nei giovani disoccupati?
Forse, negli anziani sofferenti?
Forse, negli esclusi dalle caste?
Eppure, più esponenti politici “sfrecciano” sui soldi pubblici come fossero eredità familiare ma senza operare, efficacemente, per ridare dignità all’Italia.
Scrivo “sfrecciare” perché l’Italia, oggi, è una palude e se la moltitudine vi sprofonda sempre più è perché  molti esponenti politici non hanno operato, qualitativamente e quantitativamente, in maniera proporzionata alle loro indennità; tali indennità, dovrebbero essere giustificate dal successo dell’azione politica.
Invece, la palude permane, quindi, quella palude è l’inettitudine dei più a governare il paese, a impegnare un seggio parlamentare, ad argomentare per edificare, a fronte di lauti compensi.
E’ l’insuccesso dell’attuale sistema partitico.
Chi paga?
La ragazza che ruba 5 maglioni per evitare la morte da “assideramento” dei fratelli.
L’Italia è uno Stato Sociale (art. 38 Costituzione) che assicura la pari Dignità attraverso l’indissolubile principio di Solidarietà (artt. 2 e 3 Costituzione), garantendo i Livelli Essenziali dei Diritti Civili e Sociali (art. 117 Costituzione), anche per mezzo del Lavoro (art. 1 Costituzione).
L’Italia è una Repubblica Democratica, fondata sul Lavoro, in cui il Popolo è Sovrano (art. 1 Costituzione).
Questa è l’Italia da rappresentare e da governare.
Questa è l’Italia da pretendere.
Questa è l’Italia di Vite che non sono giochi ma esistenze.
Questa è dignitosa responsabilità.

(Copyright 2013)