domenica 5 febbraio 2017

Ai 600 professori universitari: è "giusto" conoscere l'italiano ma...di Antonio Belsito




È giusto che i professori universitari pretendano la conoscenza della lingua italiana da studenti propensi a conseguire un titolo accademico-universitario tra i più prestigiosi, se non il più prestigioso, a livello nazionale. 

È ragionevole esigere che un laureando conosca la lingua ufficiale della Repubblica in nome della quale viene conferito il titolo di studio.

È coerente che dei professori accademici si inaspriscano e scrivano, addirittura, al Parlamento e al Governo per esprimere il loro rammarico e la loro preoccupazione per le sorti della lingua italiana, "precariamente" conosciuta da futuri dottori della Repubblica.

È giusto che ogni cittadino, soprattutto se orientato a conseguire un titolo specializzante e professionalizzante, abbia contezza delle regole della lingua italiana.

Però, credo sia, altrettanto, giusto che gli stessi professori - lamentando, con legittima e umana premura, la "scarsa conoscenza" della lingua suddetta, quale monito a migliorare il patrimonio umano/culturale dei futuri laureati italiani - siano, altrettanto, premurosi nel riconoscere la "scarsità" che tante e nuove facoltà offrono, a titolo conseguito, sul mercato del lavoro.


Si vuol dire: mai una riflessione è stata approntata, con tal piglio, contro le facoltà "sterili" che - a fronte di tante cattedre funzionali alla "pedagogia" delle stesse facoltà - non offrono alcuna prospettiva occupazionale a titolo conseguito (se non agli stessi professori!).

Eppure, anche questa è una verità che tanti altri studenti - conoscitori della lingua italiana , laureandosi tempestivamente e a pieni voti - soffrono amaramente, pur avendo “seguito e reso” nella lingua ufficiale dello stato quanto appreso dai professori titolari di cattedre in facoltà, appunto, prive di risvolto occupazionale a titolo conseguito. 


Allora, è pur "giusto" capire il verso "giusto" per migliorare veramente.


Una lingua è (anche) coscienza.  

(Copyright2017)

sabato 21 gennaio 2017

AI SOCCORRITORI di Antonio Belsito



Perché sono sempre luce nei momenti più bui.

Perché quando tutto sembra perduto, riescono a recuperare – anche - nella disperazione.

Perché, in fondo, hanno una forza in più in quei momenti, un passo in più, una mano in più.

Sono i SOCCORRITORI.

Sono coloro che, volontari o professionisti, si adoperano - in condizioni estreme  - per salvare la vita.
Terremoti, esondazioni, slavine, eruzioni, frane, crolli e ogni accadimento naturale e/o umano che minaccia la vita di individui non sono ostacoli per tante gambe e tante braccia e tanti occhi che cercano un rimedio alla catastrofe nella catastrofe.

Non hanno corpi di acciaio, non hanno il dono dell’immortalità, non sono invincibili ma ci sono sempre e comunque.
Con o senza le loro divise, con o senza i loro strumenti, accorrono nei momenti più drammatici senza tentennare.
Sono estremi come estreme sono le condizioni nelle quali operano perché non hanno paura della vita, bensì cercano di sottrarre alla morte.

Hanno famiglie che lasciano a casa: un bacio alla moglie o al marito, un “ci vediamo tra qualche giorno…in gamba, eh!” ai figli, un sms alla ragazza/o “amo, vado…torno presto”, una pacca sulla spalla ai genitori, magari accompagnata da parole rassicuranti “...e dai non fate quella faccia...festeggeremo al ritorno”.
Poche telefonate dalle centrali operative, uno zaino impugnato correndo e sono già per strada.
Senza preoccupazioni per loro ma con la grande premura di raggiungere chi è come loro e sta soffrendo.
Soffrono perché non sono macchine, soffrono perché sono padri, madri, figli, nonni.

Soffrono e ci sono. Non mancano mai all'appello.

Partono ma non a testa bassa, bensì a testa alta, a pugni stretti, con la fierezza sulla bocca e negli occhi.
La paura delle situazioni estreme altro non è che il coraggio di non farcela a essere aiuto, ausilio.

Si parte perché non ci sono limiti. Perché ci sono UOMINI.

Tormente di neve, piogge torrenziali, gelo permanente, grandine come pietre o sole cocente.
Hanno, in corpo, la semplicità di essere che è la più robusta corazza.

Hanno, in corpo, l’umiltà di riconoscersi che è il più robusto elmo.

Hanno ciò che sono.

E combattono affinché, anche all'ultimo respiro, si possa donare la dignità.

Non sono gli UOMINI che aspettano il grazie ma sono UOMINI di GRAZIA.


 (Copyright2017)

venerdì 13 gennaio 2017

E' l'infinito a regnare...di Antonio Belsito





“E’ l’infinito a regnare perché ogni emozione non ha fine e non può essere confine: tutto diviene, diventa e si trasforma ma rimane, pur sempre, emozione. E cosa si può dire all’emozione se non GRAZIE! GRAZIE di esserci perché la vita è meno sola, perché ogni istante è più, perché tutto dura quando ci si emoziona e nulla conosce il limite di considerarsi fine.”

(Copyright2017)

mercoledì 4 gennaio 2017

Piangi perchè è ricominciare. . . di Antonio Belsito

“Piangi
perché è ricominciare
e mai finire
perché si ha bisogno di dire
e di continuare
piangi
perché è il suono da coccolare
la solitudine da abbracciare
l’incomprensione da superare
piangi
perché vorresti volare
eppure bisogna atterrare
e non riesci a stare
piangi
perché si presenta il dolore
la paura è odore
la morte, forse, diventa colore
piangi
perché sorprendi te stesso
- che non sei di gesso -
e se c’è un bene o un male
senti la forza per affrontare.
Piangere è amarsi e amare.”

(Antonio Belsito)

(Copyright2017)

mercoledì 21 dicembre 2016

Catturami in silenzio...di Antonio Belsito




Catturami in silenzio
senza dirmi
e strappami l’anima,
sussurrando.
Culla ogni carezza
senza distrarre il momento.
Strapazzami di tutto ciò che senti
e non privarti.


Il tempo è l’intensità di non perdersi. 

(Copyright2016)

venerdì 2 dicembre 2016

Anas, il clown siriano che faceva ridere i bambini. . . di Antonio Belsito




Anas era il nome di un giovane siriano di anni 24 che, ad Aleppo - tra le bombe della Siria, cercava di donare sorrisi ai bambini.

Anas aveva scelto di non scappare da quel cimitero di guerra perché componente dell'Associazione "Space for Hope" ("Spazio per la speranza"); tale Associazione, proprio ad Aleppo e nonostante i bombardamenti continui, ha scelto di promuovere iniziative di sorridente speranza a favore di tutti quei bambini a cui la guerra ha promesso di regalare, quotidianamente, la morte.

Parruccone arancione, cappello giallo e naso rosso sbucavano, quotidianamente, da una coltre di fumo innalzatasi per i bombardamenti assidui: Anas aveva scelto di sbucare da quella coltre di fumo per sorprendere il grigiore cupo della guerra e, così, rendere un momento di colorato sorriso.
Il “clown”, proprio mentre la guerra disseminava morte e fughe e l’aria era un composto di polvere e detriti, si aggirava per la città alla ricerca di quei bambini assordati e feriti dagli spari e dalle deflagrazioni, sfidando – col suo naso rosso - la morte imposta e la paura provocata.
Il rosso diventava un gioco di sorrisi al fine di allontanare quei fanciulli dal rosso più tragico: il sangue “schizzato” come fango sui loro volti o il sangue di un genitore riverso a terra col cranio frantumato o di una sorellina vestita di sangue e senza arti in ragione di bombardamenti ritenuti necessari.

L’uomo non può scappare dall'uomo, bensì l’uomo deve ritrovare l’altro uomo.

Non è una pallottola che fora una tempia o una bomba che squarcia corpi a educare bambini innocenti e indifesi che, con uno straccio di giocattolo tra le mani tremanti, si rincorrono tra detriti e brandelli di carne.

Un naso rosso cercava il coraggio della fanciullezza e il coraggio della fanciullezza trovava un naso rosso.

E si sorrideva in pace.

Ora, il naso rosso di Anas è rotolato a terra; il parruccone arancione è diventato rosso di sangue; del cappello giallo, brandelli hanno colorato l’aria.
Perché non si può vivere nel terrore della morte o nella paura del bisogno o nella vergogna del disagio.

Anas si aggirava tra le bombe con un naso rosso…ed è morto.

Chi sono i potenti e chi sono i deboli?
Bisogna rispettare, vergognandosi, l’animo indifeso di un sorriso autentico che, mentre corre, è squarciato dal piombo della disumanità.

P.S. La guerra non è solo quella dei proiettili e delle bombe ma anche quella del bisogno indotto e dei soprusi quotidiani. Corrotti, conniventi, perbenisti.     


(Copyright2016)